Ogni giorno lavoro con studentesse e studenti, li ascolto, li osservo, provo a leggere i loro silenzi oltre alle loro parole.

E c’è una sensazione che negli ultimi anni avverto sempre di più: una richiesta, spesso velata ma molto forte, di distacco dai modelli più “anziani”, dai riferimenti tradizionali, dai percorsi pensati secondo logiche che loro percepiscono sempre più lontane.

Le nuove generazioni vedono il mondo come un luogo molto più veloce, più smart, più fluido rispetto a quello vissuto da chi li ha preceduti. Cambiano linguaggi, strumenti, tempi, modi di apprendere, aspettative, desideri, paure. Cambia perfino il modo in cui immaginano il proprio futuro.

E questo, inevitabilmente, crea una distanza.

Da una parte ci sono ragazze e ragazzi che sentono di vivere in un tempo diverso, accelerato, in continuo movimento, e che spesso fanno fatica a riconoscersi nei modelli proposti dagli adulti. Dall’altra ci sono famiglie che, comprensibilmente, vorrebbero fare di tutto per aiutare i propri figli a emergere, a trovare una strada, a costruirsi un domani solido.

Ed è giusto che sia così. Credo profondamente che questo faccia parte del ruolo di un genitore: desiderare il meglio, proteggere, sostenere, cercare opportunità, aprire porte.

Ma proprio qui, secondo me, c’è un punto delicato su cui oggi vale la pena fermarsi a riflettere.

Un genitore non può scegliere il futuro al posto di un figlio. Può però fare una cosa fondamentale: dargli strumenti.

Strumenti per capire chi è. Strumenti per conoscersi meglio. Strumenti per leggere il mondo. Strumenti per sbagliare senza sentirsi finito. Strumenti per distinguere ciò che lo attrae da ciò che davvero gli corrisponde. Strumenti per capire quali risorse usare e, soprattutto, quali sono le più congeniali alla propria persona.

Perché il punto non è mettere davanti ai giovani tutte le possibilità del mondo, sperando che prima o poi una funzioni. Il punto è aiutarli a riconoscere quelle che parlano davvero a loro.

Ed è qui che, a mio avviso, entra in gioco la responsabilità educativa di una scuola.

Una scuola non dovrebbe limitarsi a riempire di contenuti. Dovrebbe aiutare a dare direzione.

Dovrebbe offrire occasioni concrete per sperimentarsi, per misurarsi con realtà diverse, per vivere esperienze, per incontrare modelli, per mettersi alla prova in contesti che aiutino davvero una studentessa o uno studente a capire qualcosa in più di sé.

Perché non si cresce solo studiando. Si cresce anche facendo esperienza. Guardando. Provando. Confrontandosi. Scoprendo che esistono strade che non si erano mai immaginate e capendo, a volte, che non tutte sono fatte per noi.

Quello che mi convince sempre di più è che i giovani non abbiano bisogno soltanto di adulti che dicano loro cosa fare. Hanno bisogno di adulti capaci di accompagnarli nella scoperta di ciò che possono diventare.

E quello che, invece, mi lascia perplesso è quando il mondo degli adulti confonde il sostegno con la sostituzione. Quando, nel tentativo di garantire un futuro, si finisce per costruire un percorso troppo deciso dall’esterno, troppo guidato, troppo poco aderente alla persona che quel futuro dovrà viverlo davvero.

Noi, nel nostro lavoro quotidiano, proviamo a supportare questa crescita proprio così: attraverso esperienze, progettualità, incontri, attività e modelli didattici nuovi, pensati non solo per trasmettere nozioni, ma per aiutare studentesse e studenti a trovare fiducia, consapevolezza e direzione.

Credo che oggi educare significhi anche questo: capire che il compito degli adulti non è progettare una vita perfetta per i giovani, ma metterli nelle condizioni di scoprire con più strumenti, più lucidità e più coraggio quale possa essere la loro strada.

Perché un futuro vero non nasce quando qualcuno lo decide al posto tuo. Nasce quando inizi a riconoscere, dentro di te, quali strumenti usare per costruirlo.

Ai giovani non serve un sentiero già tracciato. Serve la possibilità di capire, passo dopo passo, quale strada sentono davvero propria.

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